A sciare in Ciao, atto secondo

Due fratelli, 2,8 cavalli e i passi delle Dolomiti

Ci sarà un giorno in cui l’Italia non sentirà più ruggire gli 1.4 cavalli del motore di un Ciao.
Ma non è questo il giorno.

Dopo la prima epica edizione dello scorso anno, Marco Brentegani e Matteo Brentegani sono tornati in sella per la seconda edizione di “Andare a sciare in Ciao”: un viaggio verso la Val Badia attraversando Cavalese, Predazzo, Passo Sella e Passo Gardena. I mezzi sono rimasti fedeli allo spirito originale, ma dopo l’esperienza dell’anno precedente sono stati leggermente sistemati nei punti più critici emersi lungo il percorso.

Li abbiamo intercettati al ritorno per farci raccontare com’è andata.

 

 

Partiamo dall’inizio: perché andare a sciare in Ciao?

 

Perché è il modo più complicato possibile per fare una cosa semplicissima. Partire da Verona e raggiungere le Dolomiti su due Ciao significa accettare l’incertezza come parte del viaggio. L’arrivo non è garantito, la meccanica è essenziale, l’altitudine non perdona. Ed è proprio questo il bello.

 

 

 

 

Com’è andata la partenza?

 

Meglio dell’anno scorso. La Val d’Adige è filata via liscia, complice un clima favorevole. Centotrenta chilometri di pianura quasi rilassanti, una tanica extra per stare tranquilli sulle lunghe distanze e quella sensazione pericolosa che fa pensare: “forse quest’anno sarà più facile”.

Poi è arrivata la salita di Cavalese, la prima vera fatica. Contro ogni aspettativa è stata superata con regolarità, tanto da arrivare in tempo per godersi il tramonto. Ma era solo l’inizio.

 

 

 

Quando avete capito che la montagna avrebbe presentato il conto?

 

Sul Passo Sella. Intorno ai 1800 metri uno dei Ciao, l’Ammiraglio — originale del ’71 a puleggia — si è fermato. Problema alla bobina, punto debole già noto. Intervento sul posto, sostituzione e motore di nuovo acceso.

Ma riaccendersi non significa scalare. L’altitudine ha messo in crisi la carburazione, la potenza è calata e anche il secondo Ciao, a variatore, ha iniziato a soffrire. La soluzione è stata semplice e radicale: legare i due mezzi e trainarne uno con l’altro, pedalando entrambi a tutta. Non elegante, ma efficace. E sufficiente per raggiungere il passo.

 

 

 

E la notte in quota?

 

Nei pressi di un rifugio lungo il passo, con il permesso del rifugista, abbiamo montato la tenda. Sacchi a pelo per temperature invernali, aria sottile e silenzio assoluto.

La mattina seguente i pneumatici erano quasi congelati e i motori poco collaborativi. Si caricano i mezzi, primo tentativo. Nulla. Secondo tentativo… il ruggito arriva. Si riparte piano, direzione Passo Gardena.

 

 

 

Qual è stata la vera difficoltà?

 

Portare un mezzo nato per la città fuori dal suo contesto naturale. Oltre una certa quota ogni salita diventa un test: per la meccanica, per la pazienza, per la determinazione. Ogni problema risolto non è solo un guasto superato, ma diventa parte dell’avventura.

 

 

Perché farlo una seconda volta?

 

Perché la prima non è bastata. Perché rallentare cambia prospettiva. Perché attraversare i passi dolomitici a velocità contenuta obbliga a vivere davvero ogni metro.

“Andare a sciare in Ciao” non è solo una sfida tecnica. È un modo diverso di intendere il viaggio: meno performance, più esperienza.